Riflessioni di una cronista sullo smart working.


Essere là dove le cose accadono, dare le notizie prima e meglio degli altri, disponendo di tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia. Questo dovrebbe essere il vero smart working dei giornalisti, non certo dover lavorare stabilmente nel proprio domicilio. È stato fatto, ed era necessario, per arginare la pandemia che ha spazzato via tutte le certezze. Adesso però c’è chi vorrebbe trasformare l’eccezione nella regola e far diventare, anche nelle redazioni, il cosiddetto “smart working” nel nuovo sistema organizzativo. Tutti o quasi, a casa, pochi in redazione. Ma questo cosa c’entra con l’informazione? Dove è lo “smart” in questo “work”?
Nel marzo scorso gli editori sono corsi ai ripari, come tutti gli altri datori di lavoro, mettendo precipitosamente in atto le misure governative disposte per contenere la diffusione del coronavirus. È successo per ragioni di sicurezza sanitaria, in una situazione che imponeva di reagire tempestivamente. Mentre l’epidemia avanzava implacabile, è scattato il lockdown e anche i lavoratori pubblici e privati sono stati indotti a limitare gli spostamenti e soprattutto i contatti umani. A mettere in atto, insomma, condotte e precauzioni che sono l’esatto contrario di ciò un giornalista fa abitualmente.
Da un giorno all’altro, le redazioni si sono svuotate e tanti giornalisti si sono trovati chiusi nelle proprie case con un computer collegato al sistema editoriale e una sola gigantesca notizia da raccontare in tutte le sue declinazioni: il covid-19. Abbiamo cominciato a scrivere delle città che si fermavano, giorno dopo giorno, ora dopo ora, degli uffici che chiudevano e degli eventi culturali che venivano rinviati indefinitamente. Abbiamo raccontato la pandemia, ma ne abbiamo anche subito le conseguenze e le costrizioni. I giornalisti si sono insomma adeguati a dpcm scritti con l’inchiostro dell’emergenza, hanno subito con senso di responsabilità limitazioni delle libertà personali e che in altre circostanze avrebbero provocato sollevazioni popolari perché intaccavano diritti costituzionali. Quello che è stato fatto (e che tanti stanno continuando a fare) non era “smart working”, ma lavoro da remoto per preservare la salute dei singoli e prevenire provvedimenti di chiusura che sarebbero inevitabilmente scattati (come è avvenuto, quando si è verificato) in caso di contagi.
In quelle settimane la percezione del mondo è cambiata, così come quella della professione. Sono cambiate le prospettive e le gerarchie delle notizie. Un giorno, quando tutto questo sarà finito, ci chiederemo come è stato possibile dare rilievo alle notizie di cittadini “sorpresi dalle forze dell’ordine a gettare la spazzatura in orari non consentiti”. È successo, sembrava addirittura normale in un tempo in cui la paura di contrarre il virus circolava più del covid stesso.
Tutte le categorie hanno sofferto le restrizioni anticovid, ma i giornalisti hanno patito più di altri per continuare a fare il proprio lavoro senza spostarsi. Qualcuno ha continuato a lavorare all’esterno, ma è stata una sparuta minoranza. Del resto, ci siamo consolati, uscire sarebbe stato inutile perché fuori non c’era nessuno. Così ci siamo abituati alle dirette facebook di sindaci e governatori, amministratori di aziende sanitarie. A mente fredda, meriterebbe una riflessione la discrezionalità che i “moderatori” hanno esercitato nella selezione delle domande, nella scelta delle testate a cui riconoscere uno spazio, nel numero dei quesiti: mai più di due, per dare spazio agli altri. Era smart quel work? O era solo il giornalismo al tempo del covid? Un giornalismo che ha resistito, ha fatto il suo dovere, ha dato il massimo nella situazione data. Adesso però si deve tornare alla normalità.
Finita la fase uno, usciti dalla fase due, in piena fase tre si è acceso il dibattito sul presunto smart working che, nella sua declinazione “domestica”, adesso qualcuno comincia a pensare che possa restare stabilmente. Non sto parlando dei casi già previsti di chi deve stare a casa per ragioni di salute, familiari o di accudimento di soggetti fragili.
Nelle redazioni la discussione verte sui vantaggi e sugli svantaggi che l’applicazione generalizzata del cosiddetto “lavoro agile” comporterebbe, ma la domanda preliminare alla quale bisognerebbe rispondere, secondo me, è la seguente: perché (e come) fare informazione in pantofole a casa propria dovrebbe sostituire l’antica abitudine di consumarsi le suole delle scarpe e di partecipare alla vita di redazione? Questo modo di lavorare è più smart, nel senso di più agile e “intelligente”, o è solo più funzionale a interessi che con la professione giornalistica non c’entrano niente? E ancora: quale informazione potrebbe venire fuori da questa rivoluzione? È arrivato il momento di chiederselo se non vogliamo che questa pandemia contagi anche l’informazione, trasformando le redazioni in luoghi vuoti e aridi dove i giornalisti passano di tanto in tanto per sbrigare qualche pratica amministrativa o per trascorrere brevi periodi.
La redazione, in una testata giornalistica, non è solo un posto fisico ma un centro ideativo e propositivo. È un cuore pulsante. La redazione di un giornale è un luogo vivo, crocevia di rapporti e di confronti, di scontri e di condivisioni, di riunioni e di confronti che cambiano il corso delle cose e le valutazioni delle notizie. Un giornale che nasce dalle call e dai webinar è un giornale di emergenza, ma dalla emergenza bisogna uscire tornando a fare il nostro lavoro là dove si deve fare: dove accadono le cose e nelle redazioni.
Daniela Scano