“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”


“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, scriveva un centinaio di anni fa una delle menti più brillanti del novecento. Intendeva dire che le espressioni che usiamo definiscono il nostro modo di inquadrare le cose, le modalità con cui leggiamo i fenomeni. Negli Stati Uniti queste “inquadrature logiche” le chiamano anche cornici narrative. Della loro micidiale efficacia abbiamo preso coscienza in questi anni in relazione ai discorsi d’odio. Se qualcuno, dotato di mezzi adeguati, crea un “clima negativo”, di disprezzo o paura intorno a un gruppo sociale indicato come nemico, poi è difficilissimo tornare indietro. Ma il meccanismo funziona pure per contenuti solo apparentemente più neutri. Eccoci così arrivati al punto, al cosiddetto “smart working”.
Faccio solo una premessa: è dimostrato che gli anglicismi, che tanto piacciono alla nostra classe politica, servano soprattutto per abbellire il racconto, mischiare le carte, confondere le idee. Dobbiamo partire da qui e analizzare perciò con un minimo di attenzione il significato dell’aggettivo inglese smart.
Qual è il primo oggetto/immagine che viene in mente a un italiano quando sente questo termine? Beh, sicuramente è il “phone” che ha in tasca, il suo “telefonino intelligente”, l’attrezzo cui dedica buona parte della sua giornata. Consultiamo adesso un dizionario online e verifichiamo che smart viene tradotto ovviamente con intelligente ma poi con furbo, sveglio, astuto, bravo, abile, spiritoso o addirittura geniale. Vi sembra l’aggettivo giusto per descrivere quanto accaduto in uffici, scuole, università ,redazioni da febbraio a oggi? Per risolvere la questione noi italiani abbiamo deciso che, abbinato al working ( al lavorare), debba tradursi con agile, ma è una “scelta ermeneutica”, una fra le tante possibili. Che elude la vera domanda: che cos’è in realtà questo “smart working”? L’Osservatorio del Politecnico di Milano ( gente che se ne intende) per definirlo parla di “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari, degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”. Tutto chiaro adesso? Flessibilità e responsabilizzazione sui risultati ( come valutarla?) darebbero parecchi spunti di riflessione, ma qui non c’è il tempo per farlo. Chiediamoci solo se sono proprio questi i concetti che si sono concretizzati in questi mesi in Italia a seguito della pandemia e delle misure di contenimento del covid_19. L’autonomia nella scelta degli spazi e degli orari da parte dei lavoratori dove si è registrata?
Vedete allora quanto il parlare di “smart working” riferito all’emergenza 2020 sia doppiamente elusivo? Non solo non è una “forma geniale” di prestazione lavorativa ma non è neanche ciò che auspicano i suoi teorici sostenitori. E’ altro, la mia proposta è perciò radicale, dobbiamo usare una “cornice narrativa” diversa, dire le cose come stanno, chiamando il tutto “lavoro da casa”. Basta dire così e subito, quasi magicamente, scorgiamo dei particolari che ci traghettano dai “fumi dell’astrazione” alla realtà del “mondo della vita”. Finalmente vediamo in concreto un’abitazione.
Com’è? Grande, piccola, centrale, periferica? In quanti ci abitano? Le lavoratrici e i lavoratori chiamati a operare a distanza hanno altre incombenze familiari, bambini, anziani da assistere? Hanno una buona connessione internet? Chi la paga? I mezzi che usano sono loro o dell’azienda? Se qualcosa va in tilt chi interviene? Insomma se proprio dobbiamo “fare gli americani” parliamo di home worker (senza s finale in italiano), dei problemi di queste persone che si sono trovate, da un giorno all’altro, di fronte a situazioni in cui non hanno avuto alcuna voce in capitolo, nelle mani di “decisori aziendali” guidati solo dalla preoccupazione di effettuare dei risparmi, di conseguire il “contenimento dei costi”.
Messa così la condizione di molti “home journalist” (forzati) può finalmente dialogare con quella di insegnanti, professionisti, ricercatori, dipendenti di altre aziende pubbliche e private che si sono trovati davanti a problemi simili. Si possono costruire discorsi comuni (piattaforme?) sul piano di un’iniziativa che è prima sociale/culturale e poi anche sindacale, evitando forme di isolamento che onestamente non portano molto lontano.
Partendo da qui, da una cornice più vasta, si vedono più nitidamente le specificità della nostra professione. Ne enuncio sommariamente due ( ben trattate nei contributi che mi hanno preceduto). Non mi azzardo a porre la questione su chi sia il giornalista oggi. Ma, evitando metafore consunte su scarpe e suole, mi limito a chiedere: un cronista è ancora un testimone di ciò che avviene? E come fa a testimoniare se resta a casa e non vede nulla di persona? Oggi si segnalano ( anche se non sono certo le uniche) nel nostro mestiere tre grandi ripartizioni. Ci sono gli opinionisti (soprattutto quelli che vanno in tv e che il grande pubblico identifica nei giornalisti) che dovrebbero studiare e prepararsi e invece parlano a ruota libera di tutto spesso senza sapere nulla, ci sono poi i redattori che stanno al desk e mettono insieme il prodotto, infine abbiamo quelli che si trovano in prima linea costretti magari a inseguire politici e personaggi pubblici rischiando persino di infettarsi pur di carpire una dichiarazione o un’inquadratura. Per i testimoni lo spazio è poco ( ce ne sono per fortuna). Come pure il tempo è poco per le verifiche, per le inchieste spesso aborrite dagli editori.
La seconda grande questione è quella del giornale come prodotto collettivo. Se tutti stanno a casa come fanno a costruire un discorso comune che è invece il vero senso di un’informazione professionale? Già viviamo nel tempo dell’individualismo esasperato\disperato: nella stessa stanza (negli uffici come nelle redazioni) finora hanno convissuto persone che hanno stipendi dignitosi con altre che invece annaspano nel precariato della sotto occupazione. E’ chiaro che per le aziende può essere una comoda soluzione fare in modo che costoro non si incontrino più, che non si generi un “sentire comune”, un rapporto interpersonale. In questo quadro il ricorso esclusivo alle tecnologie tende a “atomizzare” ancor più le esperienze, perché i mezzi determinano sempre la natura dei messaggi. Ma per chi ha una visione solidaristica di una professione che voglia essere un pubblico servizio alla comunità tutto questo non può stare bene. Riflettiamo allora a fondo sulla parola crisi: etimologicamente significa scelta, decisione. Quello che ci sta capitando, la crisi in cui siamo precipitati, ci costringe a aprire gli occhi, fare qualcosa. Purché, come diceva un altro grande pensatore del secolo scorso, si sia disposti a fare i conti “seriamente sui nostri fini e su tutte le nostre operazioni”, in poche parole a mettere in discussione il nostro modo di lavorare in questo terribile 2020 che ha registrato solo in Italia 35mila vittime. Un dato drammatico che sento sempre il dovere di ricordare.
Roberto Reale