Smart Working


“Non appena è stato possibile riportare tutti i dipendenti in azienda, l'ho fatto. Perché anche vicino al distributore delle bevande nascono le grande idee. Che non sono mai il prodotto di una monade, ma sono il risultato di una squadra”. Gianfrancesco Galanzino, l'autore di questa frase, è un imprenditore illuminato. Non è un editore, purtroppo. Ma le sue parole dovrebbero diventare un dogma per tanti. Soprattutto nel mondo dell'informazione, che ha vissuto, in questi mesi, un ricorso prima anche parzialmente giustificabile, oggi eccessivo ed esasperato, allo smart working.
La soluzione temporanea rischia di diventare normalità: non la normalità auspicata, però, piuttosto un tentativo di utilizzare uno strumento in tempi di emergenza come giustificazione per intervenire, pesantemente, sull'organizzazione del lavoro e, anche, sui contratti all'interno e all'esterno delle redazioni.
Una premessa. Lo smart working, per il giornalista, è la quotidianità. Non solo da oggi: è nel dna di una professione vissuta sulla strada e raccontata dai luoghi più impensabili, diversi e spesso distanti da una scrivania. Dovessi scegliere una immagine per sintetizzarlo, utilizzerei Orio Vergani che, seduto su un marciapiede, la macchina per scrivere appoggiata sulle gambe, batte sui tasti per raccontare l'impresa di Fausto Coppi che stacca tutti alla Firenze – Modena e va a conquistare la sua prima maglia rosa. Era il 1940, ma ancora prima, e poi sempre, l'agilità è stata e sarà una qualità irrinunciabile di questo mestiere. Non solo di inviati e inviatini: di tutte e di tutti.
Il pericolo, nascosto dietro il covid, è altro: è la deriva di questo strumento, il tentativo di far passare per smart working ciò che tale non è, sono le forzature per trasformare la temporaneità, per questo eccezionale, prima in abitudine e poi in regola, spesso solo imposta e non concordata. Quello che molte e molti di noi hanno vissuto, e continuano a vivere, non è lavoro agile, e neppure telelavoro: è un isolamento progressivo, l'essere diventati, appunto, monadi, che riunioni (quando ci sono) sulle diverse piattaforme non attenuano. Al contrario, amplificano, con una progressiva desertificazione e disgregazione delle redazioni, private del valore di luoghi di incontro e di relazioni che sono alla base di un prodotto giornalistico di qualità.
Ci sono implicazioni psicologiche, sperimentate in prima persona, che il 'lavoro agile' messo in atto in molte testate sta acuendo. Ci sono componenti sociologiche, c'è un tentativo di 'manipolazione' dello smart working che potrà avere gravi ripercussioni sulla contrattazione. Tutto questo va combattuto. Le giornaliste e i giornalisti, è vero, per loro natura sono costantemente connessi, ma il diritto alla disconnessione va normato e rispettato e non usato come una giustificazione per cambi della posizione contrattuale.
In questo paese gli strumenti normativi esistono, la legge 81/2017 disciplina l'articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato: vale anche per le giornaliste e i giornalisti che, come tutti, devono mantenere lo stesso trattamento economico e normativo rispetto a chi svolge le stesse mansioni all'interno delle redazioni. Il rischio, e ci sono già in atto tentativi in questo senso, è trasformare invece lo smart working in una legittimazione di un progressivo demansionamento, in una sperimentazione collettiva di come lavorare senza avere più un posto fisico se non lo studio (per chi è più fortunato) o il tavolo di casa, magari condiviso con i figli impegnati nella didattica a distanza.
Anche i social hanno accelerato una smartizzazzione del nostro lavoro. Che quasi non ha più confini né orari. A questa pulviscolizzazione segue ora un sradicamento totale che non può che provocare un danno sulla qualità dell'informazione che gli editori affermano di voler difendere.
Serve una regolamentazione, perché il fenomeno esiste e non basta dire che è brutto, sporco e cattivo (o anche bello, comodo e meno stressante, perché i giudizi sono diversi), ma va gestito, per evitare che l'editore, che non ha competenza nell'organizzazione interna del lavoro, non decida di disdire i contratti di affitto delle redazioni periferiche (per togliere i costi che una sede, pur ottimizzata, comporta), di eliminare i buoni pasto, di legittimare mobbing a distanza, di creare un solco profondo tra chi resta dentro e chi è fuori, perché il 'dividi et impera' non passa mai di moda. Dimenticando che i giornali sono opere collettive di ingegno e non esibizioni estemporanee di 'one man band'.
Come Commissione Pari Opportunità della Fnsi abbiamo promosso un questionario su questa materia, rivolto a colleghe e colleghi, contrattualizzati e free lance, per raccogliere risposte e indicazioni su criticità e anche opportunità: è di facile e rapida compilazione, il link è sul sito della Fnsi e delle associazioni di stampa regionali, i risultati sono immediati, e il 10 settembre, termine ultimo per rispondere alle domande, consegneremo gli esiti e i grafici, anche alla Fondazione Murialdi, per il seminario del 17 settembre, e alla Federazione Nazionale della Stampa.
La gestione dello smart working è già il nostro presente sindacale. E noi donne rischiamo di pagare, quando già non lo stiamo facendo, il prezzo più alto. Così come è usato ora, rischia di togliere a chi già ha meno (in termini qualifiche professionali più basse, progressioni di carriera quasi nulle, pay gender gap) e aggiungere, invece, ai pochi che hanno i gradi per stare nella stanza dei bottoni (o nel cerchio magico). Sono sincera: io preferisco la versione tradizionale di Robin Hood.

Mimma Caligaris