Smart working: strumento di discriminazione a distanza?


Si è fatto spazio nella nostra vita con tale urgenza e prepotenza che ormai è un acronimo: SW. Scriverlo per esteso, smart working, pare eccesso di zelo. Bene dirlo subito: della legge 81 del 2017 ha praticamente solo il nome; e anche con la legge 191 del 1988 e tutti i decreti e circolari collegati, cioè il “vecchio” Telelavoro, ha poco a che vedere. Ma queste sono cose da giuristi e avvocati e esperti e a loro le lascio. Fatto sta ed è che così si chiama nei Dpcm (ancora un acronimo) dell’emergenza Covid: una grande improvvisa e totalizzante sperimentazione collettiva di come lavorare senza un posto fisico di lavoro, se non la cucina di casa propria.
Non ho, o non vorrei avere, pregiudizi. Se non altro perché ci sono già passata almeno due o tre volte da questi terremoti professionali. Anzi, li racconto. Nel marzo del 1981, quando andai in tipografia a salutare perché andavo in maternità, come tutte le volte mi macchiai d’inchiostro anche solo a varcare quel luogo caro al cinema, dove la linotype stampava le linee di piombo e i poligrafici le inchiostravano per fare il bozzone; a settembre quando tornai Vulcano, il Roscio e tutti gli altri erano in grembiule bianco in una stanza che sembrava una infermeria armati di taglierino e colla, per quella prima stampa a freddo. E cosa cambiava per i giornalisti? Praticamente tutto: l’impostazione del pezzo non era più a coda di topo, perché il finale doveva corrispondere sempre al blocchetto di piombo che eventualmente si buttava via, se era lungo o se l’impaginazione cambiava in corso d’opera: ora ci potevamo permettere persino finali a effetto, perché con il taglierino si “limava” l’articolo in qualunque punto.

Non mi ricordo l’anno – comunque l’inizio degli anni Ottanta - quando al posto della vecchia “Olivetti Linea 98” sulla scrivania comparve il mastodonte del computer. Lasciamo perdere il fatto che “si mangiava i pezzi”, quella sarà stata inettitudine, o il dischetto molle che temevi di spezzare in borsa, e non era neanche il fatto che andavano al macero i fogli in triplice copia, con la carta carbone in mezzo: il passaggio culturale, quello che incideva sul mestiere, era la velocità. Troppa. Ci sembrava, mi sembrava, che la macchina da scrivere rispettasse il tempo del pensiero, mentre il computer obbligava a una accelerazione infida. Ora fa sorridere, allora era un problema.

Lascio perdere le prime sperimentazioni – invidiatissime dai colleghi - con il portatile: era il “Fantastico” di Celentano, 1987, la sala stampa della Rai non era attrezzata per i miei marchingegni, il nastro multicolor che finiva in una presa del telefono, i fruscii, i bi-bi-bi della connessione. Un trauma. Anziché a scrivere pensavi a connetterti.

Ecco, pregiudizi. Oppure no, ma poi la tecnica è andata avanti e i problemi sono svaniti. La pratica ha reso naturale persino mettere i pezzi direttamente nel layout. Chi tornerebbe mai indietro…

Adesso, con SW, il problema è il dove. Il come. Il quanto. Non è l’oggetto che muta l’approccio al lavoro, ma è il lavoro stesso che è altrove. Non è la stessa cosa di quando si è inviate o inviati? No. Decisamente no. Quando sei inviata – sia la sala stampa di un evento o il deserto del Gobi – “di là” c’è la tua redazione, che aspetta il pezzo, che lo discute, che magari in quel momento è in riunione e parla (anche) di te. Una presenza fisica collettiva.

Quando sei in SW tutto ciò si sgretola. Non è più il pezzo da inviata, ma magari la pagina da comporre in beata solitudo. Certo, non serve più alzare gli occhi per chiedere al vicino “come si dice quando…”, ormai c’è google per risponderti. Ma per chi è della mia generazione il giornale è essenzialmente un prodotto collettivo: il confronto fa parte della scrittura, se mi è consentita l’iperbole. Diciamo che anche questo è vecchiume?, può darsi.
Quindi, il “dove” potrebbe diventare indifferente. O no? Qui entra in gioco l’esperienza da sindacalista. E l’esperienza recentissima dei collaboratori del Messaggero che sono riusciti a mettersi insieme, per la prima volta così, nella nostra storia sindacale, per cercare di smuovere le montagne. Era l’inizio degli anni Duemila, ero Segretaria di Stampa Romana, quando a tavolino si decise di sdoppiare la Consulta sindacale: per chi stava in redazione, e per chi era fuori dalla redazione, collaboratore. Persino un sito dedicato (ce n’è ancora traccia negli archivi del sito Fnsi). Un flop. In Fnsi è poi nata la Clan, ormai dieci anni fa, la commissione della Fnsi per il lavoro autonomo. Eppure il problema era ed è sempre organizzare sindacalmente chi è parcellizzato sul territorio.
Il rischio alle porte non è dunque anche la parcellizzazione del lavoro dipendente, e quindi – divide et impera – la difficoltà dell’organizzazione sindacale? Quella di base, quella porta-a-porta.

E questo trascina il “come” e il “quanto”: e chi fa argine all’abuso. Certo la massiva “sperimentazione” di questi mesi dà vertigini, sia ascoltando le testimonianze dai luoghi – come la Rai – dove una certa regolamentazione è stata data, sia dove l’approccio è stato più – diciamolo – selvaggio. Sintesi della sintesi: chi è in redazione soffre super-lavoro e invidia chi è a casa. Chi è a casa aspira a turni redazionali per tirare il fiato. (Poi, come sempre e ovunque, ci sono eccezioni nel bene e nel male).

Ma alcuni dati sono già venuti fuori in modo prepotente e preoccupante: discriminazioni vere e proprie, marginalizzazioni professionali, più facile una sorta di “mobbing a distanza”. Non rivendichi il ruolo, non rivendichi il tuo pezzo se sei a casa, appeso al telefono. Non sai che fine fa il tuo lavoro.

C’è uno scenario anche peggiore: che in redazione abbia “agibilità” chi ha i gradi, chi non li ha resta fuori dal cerchio magico, a casa, appunto. E chi sono soprattutto – numeri Inpgi alla mano – ad avere qualifiche più basse, carriere bloccate, difficoltà a promuovere certi temi? Le giornaliste. Quelle sulle quali pesa già da ora il “pay gap gender”, guadagnano meno.
Non abbiamo i dati del periodo-Covid ma, prima delle cigs dei decreti Conte, Inpgi calcolava una differenza economica donne/uomini in busta paga tra i più giovani – quelli con meno di 35 anni – dell’11,2% che diventava andando avanti con l’età (tra i 45 e i 50 anni) del 16%.

Sono note le previsioni dell’Inapp, l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche: a pagare saranno i redditi più bassi… e le donne. Sebastiano Fadda, presidente Inapp, ha comunque voluto puntualizzare che quella che si è vista è una “mera delocalizzazione delle medesime mansioni che si svolgevano in ufficio” (vero: e il rischio che si consolidi questa modalità è preoccupante anche o soprattutto per l’informazione), e auspica poi che “il lavoro da remoto sia un’opportunità per tutti e non una scelta per pochi”. Che è come dire che così non va. Non a caso “Prima Comunicazione”, riportando la notizia, ha definito lo smart working come un Robin Hood al contrario.

L’indagine fatta da Cgil, area politiche di genere, ha rivelato invece che in effetti per le donne c’è un dato positivo, ovvero una minore esposizione alle molestie (almeno quello), ma – a parte il fatto che gli strumenti di lavoro, pc e smartphone, sono stati forniti soprattutto agli uomini – questa modalità di lavoro è stata considerata dalle donne più complicata, più alienante e più stressante (al 33,86 vs il 25% degli uomini). Altro che “possibilità di stare di più con i figli”, il lavoro di cura che si insinua mentre sei concentrata su una frase da scrivere è destabilizzante. Non si diceva che non è importante il tempo ma la qualità del tempo che si dedica ai figli? Anche questo è demodée?

Cgil segnala il rischio per le donne “di vedere aumentare il carico di lavoro, di essere obbligate all’home working e quindi allontanate o estromesse dai luoghi di decisione, di non poter più avanzare nella carriera, o di vedere crescere in futuro i divari salariali”. Un timore assai condiviso anche nella nostra professione: basta guardare alla piramide del comando nei giornali, che per le giornaliste sembra impossibile da scalare. E da cui è facilissimo ruzzolare.

Silvia Garambois