Come è cambiato il lavoro in Rai


Il Covid-19 ha cambiato in modo sostanziale il modo di lavorare in una testata come la nostra, impegnata 24 ore su 24 con telegiornali, rubriche e approfondimenti. Più della metà dell’organico in modalità smart working con possibilità di interromperla solo in casi particolari. Tutte le palazzine di Saxa Rubra sono state attrezzate e protette: misurazione della temperatura corporea all’ingresso, guanti e mascherine per tutti. In redazione rigido mantenimento della distanza: su ogni porta è indicato il numero massimo di persone consentite nella stanza. Le riunioni si svolgono solo via Skype o sistemi simili. Ovunque dispenser per disinfettare le mani.
Nonostante queste precauzioni, ci sono stati casi di positività in redazione: interi nuclei isolati e redazioni da inventare in poche ore. Gli inviati in prima linea, finita la trasferta, sono stati in quarantena con divieto di tornare in redazione. Qualcuno l’ha trascorsa in albergo in completa solitudine. Abbiamo messo in pista una decina di inviati, non solo giornalisti della Cronaca, ma anche di altre redazioni. Abbiamo scelto i migliori tra quelli disponibili ad affrontare una missione comunque rischiosa. È molto cambiato anche il lavoro sul campo. Sono diventate inevitabili le interviste a distanza, con le mascherine, con i microfoni direzionali per evitare contagi.
Modifiche anche nei nostri programmi di approfondimento (Studio24, Newsroom Italia): vietati gli ospiti in studio e possibili solo collegamenti da postazioni Rai allestite per l’occasione o via Skype. Cambiamenti che hanno rischiato di condizionare la struttura di un programma come Studio24 (politica, attualità, economia). Poi, invece, abbiamo capito che la formula funzionava bene anche in uno studio vuoto con il conduttore pronto a chiamare in causa gli ospiti collegati e gli inviati.
Certo è molto più complicato andare in onda 24 ore con meno gente in redazione e con contatti limitati al telefono o a Skype, ma con il sacrificio di tutti (non solo i giornalisti) siamo riusciti a realizzare un prodotto di qualità apprezzato da tutti. Durante il lockdown c’è stata una gran sete di notizie, di notizie credibili. C’era il bisogno di sentire quelli che sanno fare informazione, quelli affidabili.
E naturalmente gli scienziati. La Rai ha creato un gruppo WhatsApp per combattere le fake news: esperti, virologi pronti a sciogliere qualsiasi dubbio. Ogni passo avanti per il vaccino, ogni cura e ogni rimedio venivano subito sottoposti agli scienziati. E di bufale ne sono uscite davvero tante.
Nei giorni più “caldi” del Covid la giornata nelle case degli italiani è stata scandita da una liturgia precisa: la conferenza stampa delle 18 alla Protezione civile e prima ancora, alle 12.30, quella alla Regione Lombardia. Entrambe in diretta tv. Entrambe su Rainews24. Appuntamenti considerati imperdibili per seguire l’andamento del virus e aggiornare il triste bilancio delle vittime. Questo ci ha costretto a modificare il palinsesto, spostando appuntamenti tradizionali in onda in quelle stesse ore.
Ma non sono cambiate solo le nostre trasmissioni. Tutta la Rai si è adeguata all’emergenza e noi di Rainews24, da sempre allenati alle continue dirette, abbiamo occupato spazi su tutte le reti, andando in simulcast su Rai 1, Rai 2 e Rai 3 realizzando quell’ottimizzazione vagheggiata da anni e mai realizzata. Con la speranza che queste riuscite sinergie insegnino qualcosa.
Lo smart working, secondo una ricerca della Luiss Business School, ha rafforzato le pari opportunità (69% degli interpellati) e ha aumentato la produttività (66%). Da Confindustria digitale è partito un appello al Governo perché non rimanga un’opzione legata all’emergenza sanitaria ma sia una concreta opportunità di innovazione per il Paese. La pandemia ha portato con sé un’accelerazione di alcuni processi che viene stimata in 5 anni. C’è però anche la preoccupazione che accomuna tante redazioni: il timore che lo smart working invece di diventare una valida alternativa al lavoro in presenza possa diventare un espediente per fare tagli in busta paga a danno dei lavoratori. Di certo noi possiamo registrare nei vari collegamenti lo sdoganamento di Skype, prima usato solo in casi eccezionali. Una risorsa che consente risparmio di costi e facilità di raggiungere chiunque. Proprio come alla radio: componi un numero di telefono e metti in onda l’interlocutore. Certo, il collegamento tradizionale o con il mitico zainetto è più sicuro e quasi sempre di migliore qualità ma lo zainetto ha un costo mentre il collegamento Skype non costa niente. A parte l’ansia che produce finché audio e video non sono allineati e perfetti.
Va detto che le nostre regie non erano preparate per tenere in piedi tanti collegamenti Skype e all’inizio qualche problema c’è stato. Poi superato in modo più o meno brillante.
Tutto questo, questa velocità, questa improvvisazione impongono anche un cambio di passo dei conduttori, chiamati a trovare un modo di raccontare più spontaneo, poco formale. “Adesso ti racconto un po’ quello che è successo oggi” e se il collegamento non è impeccabile e l’audio così così l’ascoltatore capirà e apprezzerà lo sforzo di arrivare comunque dove la notizia nasce. Dove la notizia è appena nata.
Usciti dall’emergenza, resteranno di certo lo smart warking (speriamo nella versione “nobile”) e le riunioni a distanza: non ha senso comprare 30 biglietti aerei per vederci a Milano. Anche perché il verbo “risparmiare” nel prossimo futuro sarà declinato all’imperativo.
Per quanto riguarda gli utenti della tv, il periodo del Covid è quello meno adatto per fare una fotografia attendibile. Anche i ragazzi, in genere meno attratti dai telegiornali, nei giorni “caldi” del virus sono stati incollati alla televisione. Magari solo per la conferenza stampa delle 18.

Filippo Nanni