Nella storia del contratto le premesse e le regole del “lavoro agile”.


Giancarlo Tartaglia da qualche mese non è più direttore della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), sostituito da Tommaso Daquanno. Ricopriva l’incarico dal 1986 dopo aver fatto la gavetta per 13 anni. Nel sindacato dei giornalisti ha mantenuto alcune competenze non marginali, ma si occupa soprattutto della Fondazione Murialdi diventata un centro culturale di grande prestigio.
Questa premessa burocratica per sottolineare che se la Fondazione, di cui Tartaglia è Segretario Generale, ti chiede cosa ne pensi del “lavoro agile” (ossia dello smart working) applicato al settore dell’editoria”, è utile, prima di rispondere, elaborare qualche riflessione.
Non mi risulta che la Federazione degli editori, interlocutrice storica del sindacato dei giornalisti, abbia avanzato una proposta in materia, né che qualche suo prestigioso esponente ne abbia, così, per caso, parlato, ma l’interrogativo non perde valore. E io cercherò di rispondere come se fossimo tra amici al bar a far due chiacchiere sul tempo.
Una prima domanda. E’ legittimo che la Federazione della stampa si occupi della struttura produttiva degli organi di informazione?
Non guasterà un po’ di cronistoria. Nei primi due contratti di lavoro sottoscritti nel decennio in cui ho guidato il sindacato nazionale dei giornalisti la materia è stata affrontata e risolta in modo esemplare, senza lasciare spazio a dubbi ed equivoci. Nel primo si chiariva tra l’altro che compito del comitato di redazione (cioè la struttura sindacale di base) è di “esprimere pareri e formulare proposte sugli indirizzi tecnico professionali, la fissazione degli organici redazionali e la loro realizzazione, gli orari, i trasferimenti, i licenziamenti, i mutamenti di mansioni e qualifiche e ogni iniziativa che riguardi l’organizzazione dei servizi ai fini del miglioramento del giornale e possa avere riflessi sui livelli occupazionali”; e più oltre: “esprimere pareri preventivi e formulare proposte sulla completezza delle informazioni anche con riferimento ai servizi di cronaca, su nuovi programmi, iniziative di ristrutturazione aziendale, trasferimenti di impianti e ogni attività che investa la struttura dell’azienda e che comunque possa recare pregiudizio alle specifiche prerogative dei giornalisti”.
Nel contratto successivo si precisava inoltre che compito del comitato di redazione è quello di “esprimere pareri e formulare proposte per l’osservanza delle norme di legislazione sociale, ai fini del miglioramento del giornale e della completezza delle informazioni, favorire una più intensa collaborazione dei giornalisti allo sviluppo dell’impresa attraverso consultazioni periodiche con il direttore in materia di licenziamenti e mutamenti di mansione e trasferimenti, di nuove iniziative, di nuovi programmi, di trasferimenti di impianti o altra attività che investa la struttura dell’azienda e che comunque possa avere riflessi sui livelli occupazionali”. Queste norme sono state perfezionate nei contratti successivi (con me segretario generale ne sono stati fatti altri tre) e sono sostanzialmente ancora in vigore.
Il nostro sindacato ha da tempo superato il secolo ed è da sempre l’unico sindacato dei giornalisti italiani, articolato nelle associazioni regionali. E’ un bene prezioso che abbiamo sempre difeso. Ne era ben consapevole il fascismo che tra i primi interventi liberticidi decise l’eliminazione della Federazione nazionale della stampa italiana, rinata nel dopoguerra. Negli anni, nei decenni, è cresciuta tra di noi, nelle istituzioni e nel mondo politico la consapevolezza che al sindacato dei giornalisti è affidata non solo la tutela economico – contrattuale ma anche la difesa delle condizioni giuridiche e politiche che garantiscono un’informazione libera.
Insomma il sindacato dei giornalisti è chiamato a presidiare l’intreccio tra lavoro professionale e difesa del pluralismo. Le condizioni economiche, contrattuali, giuridiche e professionali hanno un’incidenza sulla qualità e la completezza dell’informazione. Pertanto è una garanzia di libertà e di tutela del pluralismo la vigilanza della Fnsi sulle leggi e sui provvedimenti non solo economici per il settore, sulle decisioni che organi anche dello Stato assumono in questa delicata materia.
La diffusa ostilità di molti personaggi (non solo della politica ma anche dell’economia e delle istituzioni) verso un ampio esercizio della libertà di stampa non è forse un sintomo pericoloso di una voglia inconfessata, a destra e a sinistra, al centro, in alto e in basso, di dare un taglio all’informazione libera, di ridurre gli spazi di autonomia dei giornalisti, di privilegiare il pensiero unico?
Il dovere di fare domande, anche imbarazzanti, di chiedere spiegazioni puntuali, di condurre inchieste, spesso viene considerato atto di arroganza, intrusione indebita nelle aree del potere. Il guaio è che pochi si rendono conto della mostruosità dell’assunto e nessuno se ne vergogna. Non voglio essere catastrofista, ma sto percependo in modo sempre più forte sintomi di un malessere diffuso e profondo, nella società e nelle istituzioni, creato dall’indebolimento degli anticorpi e delle difese di garanzia, nonché dal disinvolto uso che si fa del potere anche informativo.
Sergio Lepri, per decenni direttore della maggiore agenzia di stampa italiana, l’Ansa, dodici anni fa, celebrando il secolo di vita della Federazione della stampa, dichiarava: “La sopravvivenza del giornalismo, cioè la necessità di ricorrere al giornalismo come sicuro organo di base, dipende dalla misura in cui la sua mediazione significhi non soltanto gestione delle informazioni che circolano fuori e dentro Internet, ma anche verifica e controllo di quelle informazioni. Il giornalismo può così tenere fermo il suo posto nella società riconquistando la sua funzione di mediazione, una mediazione di verità”.
Ora una domanda lecita e inevitabile. Tutte le considerazioni fin qui sviluppate cosa hanno da spartire con il “lavoro agile”? La risposta è banale: nulla. O meglio: l’editoria, per come è strutturata e per le funzioni che svolge nella società, non può essere associata a esperimenti che di fatto annullano i corpi redazionali, le relazioni interprofessionali, la circolarità delle opinioni e dei confronti sugli avvenimenti, la crescita delle conoscenze, lo scambio delle esperienze, in sostanza l’arricchimento continuo del bagaglio professionale, garanzia permanente del pluralismo.
Mettetevi il cuore in pace. Ci risulta che gli editori non hanno proposto, almeno finora, di estendere al settore lo smart working, neppure in via sperimentale. Sono ottimista e quindi credo che continueranno a destinare uffici in proprietà o in affitto alle redazioni, a tutelare l’attuale assetto del lavoro giornalistico e cercheranno di risparmiare senza ricorrere a ristrutturazioni autolesionistiche.

Luciano Ceschia