Smart working fra automatizzazione e artigianato del mestiere.
Tendenze e opportunità di un giornalismo in quarantena.


C’è davvero uno spettro che si aggira per il mondo ed è lo smart working, forse in certi casi persino più del coronavirus.
Le tradizionali ansie e timori per una tecnologia che si mangia il mondo- sarà tutto software, ci diceva già Italo calvino nell’ultima delle sue Lezioni Americane- si scaricano su questa pratica professionale che sta smaterializzando le strutture logistiche del lavoro.
In realtà quello che abbiamo visto moltiplicarsi nelle settimane del lockdown, è più home working, lavoro remoto, da casa, piuttosto che un lavoro intelligente supportato da forme di automatizzazione cognitiva, che è il vero smart working.
Oggi assistiamo, per il momento,ad un puro decentramento di esperienze e procedure che in qualche modo riproduce le attività di ufficio sul desk del computer.
Nella pubblica amministrazione, nelle scuole, nelle aziende di servizi, nei sistemi territoriali, negli apparati culturali e di relazione, abbiamo visto in azione una specie di outsourcing domestico, in cui la scrivania veniva decentrata presso l’abitazione dell’addetto.
Come sempre nel digitale la virtualizzazione di attività materiale apre la strada ad una rivisitazione della stessa idea di lavoro, a cominciare dalla messa in discussione della sua organizzazione lineare: ossia di quella procedura, mutuata dalla catena fordista del lavoro, per cui ogni mansione viene svolta una alla volta, in sequenza appunto lineare.
Così come la tipografia di Guttemberg fu la prima fabbrica moderna, in cui funzioni e specializzazioni si combinavano lungo una sequenza pre programmata, oggi l’informazione è il laboratorio avanzato di una smaterializzazione dello stesso luogo di produzione.
Per tre motivi si parte dal giornalismo ad automatizzare le attività intellettuali: innanzitutto perché è il settore che ha anticipato la produzione di valore mediante lo scambio di simboli e numeri; poi perché la macchina giornale è già stata investita da una smaterializzazione radicale di una sua componente fondamentale, quale è la distribuzione,con l’affiancamento, se non con una vera e propria sostituzione , del web rispetto alla carta o al video; infine perché l’esplosione dei social hanno smaterializzato largamente la stessa produzione giornalistica mediante il decentramento ai lettori della raccolta di notizie, con una prima automatizzazione proprio di questo tornante organizzativo.
Come spiega Paolo Giordano nel suo instant Book Nel Contagio (Einaudi) “l’epidemia è un’infezione delle nostre relazioni, e prima di essere un’emergenza sanitaria è un’emergenza matematica” . Il coronavirus ha effettivamente infettato le relazioni professionali, non solo dell’informazione, ma di tutte le attività artigiane, introducendo il primato dei dati, del calcolo predittivo , come unica autorità che possa contrapporsi all’espansione della malattia, e dunque come principio cardine delle attività professionali.
Se diamo un occhio a quanto è accaduto, all’unisono, su tutti i media, possiamo constatare come l’epidemia sia stata prima spiegata dai virologi, poi dagli epidemiologi, infine dai matematici e dai fisici, che hanno sostituito i medici nell’analisi e previsione delle dinamiche del contagio. Un fenomeno che ha attraversato le nostre redazioni, spostando , anche nella micro organizzazione delle testate, il baricentro verso i titolari del calcolo : in redazione si costruiva la notizia attorno ad un indicatore numerico di fiducia, così come il governo, o i governatori, o i sindaci, decidevano solo sulla base di un numero, di una cifra, che autorizzava la deliberazione.
Questo per dire che siamo dentro ad una tempesta perfetta, in cui la tendenza settoriale che avevamo da anni ormai incrociato nelle testate, verso un’automatizzazione del ciclo dell’informazione, si è incontrata con un senso comune che vede solo nel calcolo statistico come punto di vista per circoscrivere e limitare la pandemia: è vero quel che è certo, è certo quel che è misurabile ci dice Mauro Magatti nel suo saggio Oltre l’Infinito (Feltrinelli, Milano 2019)
In questo gorgo lo smart working, nel senso più etimologico del termine - lavoro più intelligente e leggero- diventa la conseguenza più che la causa dell’automatizzazione. Proprio su questo tema l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli, ha condotto una ricerca sui processi di digitalizzazione delle redazioni, che si è trovata ad attraversare il periodo del lockdown.
Dai dati posso anticipare- la ricerca sarà proprio a fine mese presentata in un volume dall’Ordine- appare evidente come sia a livello internazionale che italiano la tendenza è ormai univocamente quella di una smaterializzazione delle fasi più artigianali della costruzione dell’oggetto informativo.
A cominciare ovviamente dalle strutture redazionali dedicate alle piattaforme digitali, ma con una tendenza che ormai chiaramente investe l’intero apparato giornalistico. A livello internazionale le principali testate, dal New York Times al Guardian, a Le Monde e El Pais, hanno prima automatizzato le fasi di pubblicazione on line di notizie e conversazioni con gli utenti, mediante software di lettura, di analisi testi e di scrittura finale sui social, poi hanno cominciato, proprio sfruttando la congiuntura della pandemia, a ridurre i gangli gestionali della macchina, il mitico desk di produzione, che veniva seriamente alleggerito nel numero e nella funzione.
Negli USA negli ultimi 6 anni, con un’accelerazione in questi mesi, il 48% delle funzioni organizzative sono state cancellate nelle redazioni. Contemporaneamente, lo smart working rendeva più agevole una diversificazione delle attività, come la produzione video, o l’imponente sistema di ricette da cucina, per il New York Times, o l’editoria scolastica e le guide turistiche per il Washington Post.
Proprio in questi giorni , in Inghilterra, testate come il Guardian, la BBC e il gruppo Reach, le realtà più tecnologicamente avanzate, annunciano tagli di giornalisti e di personale amministrativo per centinaia di posizioni (https://www.adginforma.it/news/editoria/5853-gb-il-coronavirus-mette-in-ginocchio-l-editoria-tagli-al-guardian,-bbc-e-gruppo-reach), con robusti piani di ristrutturazione dell’intera catena produttiva, che prevede un uso massiccio di forme di collaborazione o di part time proprio mediante lo smart working.
Una tendenza non dissimile, benché ancora in chiave minore, sembra delinearsi in Italia: Repubblica, La Stampa, l’Ansa, il Corriere della Sera, sono oggi cantieri dove si cerca un equilibrio fra un secco dimagrimento dei desk rispetto ad un allontanamento dalla redazione delle figure di scrittura, con una diversificazione delle produzioni sia per generi editoriali che per merceologie.
Proprio la trasformazione del sistema logistico del giornale, di cui appunto lo smart working è emblema consequenziale, ci dice che quella in corso non è una congiuntura puramente recessiva, in cui le testate limitano gli organici perché riducono il prodotto, quanto invece si tratta di una vera e propria trasmigrazione di attività, in cui la realizzazione di un giornale, con la relativa versione cartacea, è solo una delle forme, a volte neanche la più evidente e spettacolare, di offerta di servizi e prodotti da parte del gruppo editoriale.
In questa logica si spiegano come mai appaiano nei bilanci degli editori massicci acquisti di soluzioni software per ottimizzare le attività delle redazioni digitali, e integrare le sezioni tradizionali delle diverse edizioni. La ricerca dell’Ordine che richiamavo, ci dice inoltre che nelle testate sta entrando un nutrito numero di figure professionali spurie, di confine: marketing, analisi dati, gestione software editoriali, ottimizzazione e promozione pubblicità personalizzate, adeguamento e riprogrammazione di sistemi automatici. Molte di queste figure già lavoravano a distanza per le direzioni editoriali ed oggi , mediante uno smart working funzionale, diventano parte integrante della comunità redazionale.
Nelle grandi testate internazionali questa realtà è già visibile da tempo: almeno un centinaio di questi profili digitali sono stati assunti sia al New York Times che al Washington Post, ma sono centrali anche nelle compassate redazioni BBC. Si tratta degli “epidemiologi dell’informazione”, competenze in grado di accompagnare, guidare, orientare la diversificazione dei singoli servizi, della pubblicità on demand, delle attività promozionali, o delle realizzazioni video. A questo punto il tema smart working non appare più ne come un incidente da risolvere quanto prima, ripristinando lo status ante, ne una furbizia dell’editore per sforbiciare i borderò e gli organici, anche se entrambe queste motivazioni sono largamente presenti, quanto mi pare debba essere interpretato come uno dei segnali di una metamorfosi in atto del sistema giornalistico, che ci avverte che sono in incubazione processi sostanziali di trasformazione delle attività intellettuali ,dalla sanità alla giustizia, di cui l’informazione è appunto laboratorio primario.
Il nodo , a me pare, sta proprio nelle nuove figure professionali che portano in redazione saperi e competenze in grado di poter manovrare e governare i processi tecnologici. Negli anni 60 come giornalisti perdemmo, allora nemmeno ce ne accorgemmo, e certo non era facile per nessuno, la partita dell’informatica, che nata come scienza dell’informazione, divenne un’ancella dell’ingegneria. Ora potremmo non mancare questa nuova occasione di integrare nuovi profili nella figura di un giornalista sempre più diversificato e evolutivo, per dare una visione nostra, da artigiani della notizia, che vogliono salvaguardare le esperienze e i diritti conquistati in una lunga storia, a profili e mestieri che possono irrobustire sia quantitativamente che qualitativamente il mondo del giornalismo al tempo degli algoritmi.

Michele Mezza