Smart working.


Premetto: mi definisco un giornalista dell’era cartacea, avviato alla professione quando ancora esisteva la terza pagina e la mia massima aspirazione era scrivere un elzeviro, un giornalista del piombo (quello buono), gutenberghiano. Per questo non mi offendo se mi date del passatista, mentre provo a riflettere su un tema che ricorre in questi giorni come lo smart working, espressione che potrei tradurre come lavoro a domicilio (un giuslavorista, Pietro Ichino, lo definisce “lavoro agile”, ma non capisco in che cosa consisterebbe l’agilità), qualcosa che è sempre esistito, come è sempre esistita la parcellizzazione e quindi la specializzazione del lavoro. La sartine sorfilavano, imbastivano, rifinivano a casa le stoffe che il grande sarto, non ancora stilista, tagliava con perizia. C’era chi a casa avvolgeva bobine di fili elettrici che in fabbrica andavano a comporre macchine più complicate e chi, a mano o con un piccola tessitrice, componeva maglie e golfini che finivano poi altrove per la commercializzazione. Molte di quelle aziende raccolte sotto lo slogan del “piccolo è bello”, che hanno innervato i nostri distretti industriali studiati da De Rita o da Bonomi, sono nate così, in un modesto appartamento o in uno scantinato.
L’avvento delle tecnologie informatiche ci ha regalato altre opportunità. Un esempio: una volta se dovevo pagare un bonifico mi recavo in banca, compilavo con bella calligrafia un modulo in duplice o triplice copia, affrontavo la coda, consegnavo carte e quattrini al cassiere o alla cassiera, che controllava, correggeva, timbrava, restituiva per ricevuta, mezza mattina buttata. Adesso, con l’home banking, se il collegamento funziona, accendo il computer, entro nel sito della banca, cerco la “voce” giusta, i miei dati sono già inseriti, spesso anche quelli del creditore, schiaccio un paio di tasti, in una decina di minuti chiudo la partita, cancello qualche migliaio di posti di lavoro e la banca non mi ricompensa, smart working gratuito. Vale per una infinità di pagamenti: tasse, bolli auto, assicurazioni, multe, conti correnti vari, eccetera eccetera. Una comodità.
Ho citato questi casi non per invocare il luddismo, ma per ridimensionare qualche entusiasmo e per ricordare che qualche cosa s’è già visto e nel nostro lavoro si è già visto molto.
Finché sono stato in una redazione, ero molto impegnato al cosiddetto desk, organizzare, “passare”, titolare. Mi piaceva scrivere, così tornavo a casa alla sera e tra le dieci e la una o le due di notte componevo i miei pezzetti, macchina da scrivere e poi computer. Quando sono andato in pensione, per fortuna ho continuato a collaborare con il mio giornale. Il direttore o la direttrice mi chiamavano, mi chiedevano un commento, un editoriale, una recensione, un’intervista e scrivevo senza discutere con qualcuno. Non ho mai scritto tanto come in quei cinque anni di collaborazione: smart working, scarsamente retribuito (secondo le regole d’allora per i pensionati) e di grande gratificazione.
Raramente mi sono ripresentato in redazione, mi sentivo un estraneo. Però leggevo la mia firma in prima pagina.
Ricordo i tempi in cui ero capocronista. In un grande salone, c’ero io, a fianco il vice, davanti una ventina di cronisti che andavano e venivano in un vociare continuo. Quelli della nera e della giudiziaria si presentavano a sera, qualcuno addirittura attorno alla mezzanotte quando “stava sui fatti”, albergavano dentro le sale stampa della questura o dei carabinieri o di Palazzo di giustizia, ma ovviamente al giornale avevano la loro scrivania, il telefono, la macchina da scrivere, il computer. Lavoro a distanza, però con una postazione fissa in redazione.
Il direttore Belpietro ha onestamente chiarito la situazione, passando oltre, anticipando i tempi: via la sede, via la scrivania, via il telefono, via il computer, tutto a casa vostra, poi ci vediamo una volta alla settimana a pranzo. Si è dimenticato di aggiungere: io comando, voi eseguite. Possibile. Si risparmia in affitto e per la luce. Sono situazioni che gli studiosi dell’evoluzione dei sistemi dell’informazione e della comunicazione avevano preconizzato trent’anni fa almeno. Tengo ancora a casa un libro che un amministratore delegato sventolava davanti agli occhi degli amici del cdr, spiegando: finirà così, un direttore, un caporedattore, un agile desk, un ufficio grafici e gli altri tutti a casa (aggiornerei: anche i grafici a casa).
Vale a dire: un giornale si fa con una decina di persone assunte a contratto, alcuni collaboratori-grandi firme ben pagati, qualche collaboratore affidabile correttamente retribuito, una miriade di free lance giovani, scattanti, ossequienti, dotati a proprie spese di pc, ipad, telefonino, tele camerina,disposti a tutto pur di veder comparire il loro nome qui e là, pagati un tot al pezzo più un paio di euro per il filmato. Lasciando ovviamente all’editore la facoltà di tagliare a proprio gusto i compensi: prendere o lasciare. C’è chi ci ha spiegato che con un telefonino si può girare anche un film: ma un articolo è un affare diverso dal film, non è un esperimento.
Si è giustamente ricordata la legge 81, una legge che mi pare definisca bene, per quanto ne capisco, condizioni, limiti e opportunità dello smart working. Belpietro con la sua idea della riunione settimanale al bar sarebbe già un fuorilegge. Ma nella crisi e nella giungla conseguente quanto potrebbe valere la legge 81? Di quanta libertà godrebbe Belpietro? Certo, si dirà, la legge c’è e bisogna quindi farla rispettare. Però, perché la legge venga rispettata occorre evidentemente una forza che si contrapponga alle pretese di un padrone o di un editore. Occorre il sindacato e occorrono i contratti ben scritti. Così finisce però che lo smart working funzionerà solo per i garantiti, quelli in via di estinzione. Gli altri dovranno continuare a correre solitari come prima, puntando sulla quantità, per racimolare qualche euro in più, prima che sulla qualità, qualità che dovrebbe essere condizione essenziale per salvare l’informazione. Ciò che si vede in giro è altra cosa, del tutto a detrimento del diritto/dovere del cittadino di informarsi.
Se penso alla storia italiana, quella che ho vissuto almeno, credo che un punto di svolta sia rappresentato da quella che si è definita “deindustrializzazione”. Chi vive o in Lombardia sa benissimo che lungo l’asse Milano- Sesto San Giovanni sono prosperate le più grandi industrie italiane della gomma e del ferro, dalla Pirelli alla Falck, e sa benissimo che di quel sistema industriale non esiste più nulla: fine della fabbrica, fine delle grandi concentrazioni operaie, fine della politica dentro la fabbrica, tramonto del conflitto, tracollo del sindacato costretto a inseguire nuove professionali sparse ovunque e... pensionati. Aggiungerei: rivolgimento epocale nella cultura di massa che ha favorito un orientamento decisivo nella formazione politica. Vedi il voto negli ultimi decenni.
Concludo. Temo non solo la sparizione dello stanzone della cronaca, dove si discuteva di tutto, di aperture, di tagli, di commenti, persino della collocazione di una notizia a una colonna, quando quelle pagine stampate, belle o brutte (la mattina dopo si cominciava con la riunione di redazione e con le critiche, con la segnalazione dei buchi, con l’indicazione dei refusi) erano davvero il risultato di un pensiero collettivo, che il capo, se era bravo, era in grado di sintetizzare. Temo la sparizione del sindacato e quindi di qualsiasi forza contrattuale. Qualcosa già si vede.
Guardiamoci attorno. Quanti tra i ciclisti che recapitano le pizze sono iscritti al sindacato? Quanti free lance giornalisti pensano al sindacato? Lo sciopero dei collaboratori del Messaggero farà scuola?
Credo che quando si discute di smart working si debba tener presente anche una questione di democrazia: da una parte si svilisce o si annulla l’autonomo e critico apporto individuale, quando si ricevono ordini dall’alto e si elimina qualsiasi spazio fisico di confronto, dall’altra parte si rischia di ridimensionare ancora il ruolo del sindacato, cioè di uno di quei corpi intermedi che sono la sostanza del nostro sistema democratico.
Lo smart working ci farà risparmiare benzina, inquinamento e magari tempo, ma non ci risparmierà la fragilità politica e culturale ( e pure retributiva) della solitudine tra quattro mura domestiche.

Oreste Pivetta