Le nuove frontiere della professione giornalistica


Una professione da riformare in profondità riportando al centro l'essenza del lavoro del giornalista: scovare, verificare, approfondire fatti di interesse per la comunità, alla ricerca della verità, nel rispetto dei doveri imposti dalla deontologia. Questo il senso dell'intenso seminario dal titolo "Giornalismo, 'verità', ordinamento professionale" organizzato dalla Fondazione Paolo Murialdi in Fnsi giovedì 28 aprile 2022. Tanti i temi - dal precariato alle querele bavaglio, dall'accesso alla professione alla formazione – affrontati nel corso dei lavori aperti dalla presidente della Fondazione e dell'Inpgi, Marina Macelloni. Numerosi i relatori, moderati dal segretario della Murialdi, Giancarlo Tartaglia e coordinati da Vittorio Roidi, presidente del Consiglio di disciplina dell'Ordine del Lazio.

A Vittorio Roidi il compito di mettere in fila le questioni cruciali per il futuro del giornalismo, che «in primo luogo – ha ammonito – non può e non deve essere una questione solo dei giornalisti, ma deve coinvolgere cittadini, università, le aule del Parlamento, per poter giungere a delle proposte per superare la crisi». Ne ha per tutti, il presidente del Consiglio di disciplina dell'Ordine del Lazio: un esame di Stato anacronistico, editori poco attenti alla qualità della "merce" che producono; una formazione che «praticamente esclude le università», vincoli legislativi al diritto di cronaca e alla capacità di intervento dei Consigli di disciplina.

«Stiamo attraversando oggi una transizione al digitale che non è pensabile affrontare con gli strumenti previsti da leggi vecchie come la 416 del 1981 o la legge istitutiva dell'Ordine che ha ormai 60 anni. Ma fare le riforme in questo Paese non è facile», è stata la premessa del segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso.

«Stiamo ancora parlando di professionisti e pubblicisti – ha proseguito – in un'epoca in cui in redazione sono entrati gli algoritmi. Serve un cambio di passo nell'organizzazione del lavoro, ma per fare questo occorre un confronto con gli editori che al momento manca. Dalla crisi non si esce svuotando le redazioni con i pensionamenti anticipati e facendo in modo che l'informazione venga sempre più affidata a chi non ha diritti. Non possiamo consentire che il modello produttivo si basi sul precariato dilagante, perché il precariato è un acceleratore della disgregazione del settore, nuoce alla qualità dell'informazione, indebolisce la democrazia».

L'appello, dunque, è alla categoria e alle sue istituzioni, ma anche agli editori e alla politica. Il tema è la tenuta della democrazia. «Servono interventi e regole che diano garanzie al settore dell'informazione e a chi vi lavora. Serve un intervento pubblico, servono investimenti, serve includere nel perimetro dei diritti chi nel mondo del lavoro già opera, ma senza tutele», ha concluso.

Anche per il presidente del Cnog, Carlo Bartoli, «la legge istitutiva va ammodernata, dobbiamo fare – ha detto – un salto nel presente e, perché sia efficace, dobbiamo costruire una riforma che si basi su norme e cultura nuove e condivise e questo lo possono fare solo tutti i soggetti mettendosi insieme». Il punto, ha osservato, «non è che futuro dare a giornalisti e imprese editoriali, ma sapere cosa vuole fare questo Paese di se stesso: il futuro delle nazioni si gioca su dati e informazioni e l'Italia da questa partita sembra essersi tirata fuori».

Una informazione «seria e corretta è un diritto fondamentale dei cittadini, un interesse nazionale, un bene pubblico da tutelare, difendere e sostenere» è stata la riflessione da cui è partito il sottosegretario all'Editoria, Giuseppe Moles. «Il settore dell'editoria – ha aggiunto – è in crisi da anni, ma c'è una buona notizia: la buona informazione è sempre più richiesta. C'è ancora un ruolo fondamentale che giornali e giornalisti possono svolgere».

Ricordando alcuni degli interventi messi in campo dal governo a sostegno del settore, il sottosegretario ha auspicato quindi che «giornalisti, editori, istituzioni, filiera lavorino insieme alla creazione di un nuovo modello di sostenibilità economica, ridefinendo il prodotto giornalistico e l'organizzazione del lavoro, andando incontro alle esigenze dei cittadini e al loro bisogno di notizie vere e certificate». Il governo, ha concluso, «non è sordo alle sollecitazioni del mondo dei giornalisti, la cui attività di mediazione è fondamentale e insostituibile».

Presente al convegno anche il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto. «Riformare la professione giornalistica mettendo al centro i cittadini, il loro diritto ad essere informati ma anche il rispetto delle dignità delle persone», la sua posizione. «I cittadini – ha spiegato – sono il motore economico del mercato dell'informazione. Se oggi i giornali non vendono forse è anche perché serve una ristrutturazione dei modelli organizzativi di business e di lavoro, nuovi percorsi formativi in grado di ridisegnare la figura dei giornalisti, di prepararli meglio a informare in modo corretto i lettori».

Politica e istituzioni, ha rilevato fra l'altro Sisto, possono contribuire alla riforma del settore «interfacciandosi con l'Ordine professionale, dando disponibilità 'fisica' a risolvere i problemi. Credo sia utile lavorare sulla riduzione del penalmente rilevante e su altri temi concreti per piccoli passi. Meglio poche regole, ma chiare».

E in merito alle nuove norme sulla presunzione di non colpevolezza, «un provvedimento di grande civiltà, adottato nell'ottica del doveroso bilanciamento del diritto dei giornalisti ad informare con altri diritti garantiti alle persone dalla Costituzione», ha scandito il sottosegretario, che ha concluso ribadendo la necessità di «offrire informazione di qualità fin dalla scuola, e la qualità dipende dall'eticità dell'informazione».

A seguire l'intervento di Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della Sera, che si è soffermato sul rapporto tra responsabilità editoriale, regole e trasparenza, «questioni – ha osservato – che la categoria ha sempre dibattuto. Cambiano le tecnologie, ma i temi di fondo sono gli stessi: quando la libertà sconfina nel disordine e dove non ci sono regole non c'è vera libertà d'informazione».

Mentre Michele Mezza, ha posto l'accento sulla rivoluzione innescata il 24 febbraio, giorno dell'invasione dell'Ucraina da parte delle truppe russe: «Da allora – ha osservato – i giornalisti sono una categoria embedded perché tutti i nostri strumenti professionali oggi sono "sistemi d'arma". Allora il Paese deve dire alla categoria se e quanta autonomia, trasparenza e potenza di interlocuzione vuole avere in ambito internazionale scegliendo a che livello collocare il lavoro artigiano del giornalista nel processo di automatizzazione industriale dell'informazione». Se i giornalisti vogliono ancora avere un ruolo nella ricerca della verità, ha chiosato, «il loro ruolo deve essere quello di rinegoziare gli algoritmi, minuto per minuto».

Raffaele Fiengo, del Comitato scientifico della Fondazione, ha ripercorso le iniziative messe in campo negli anni dalla Murialdi. A Giampiero Spirito, presidente della Fondazione Casagit, il compito

di riassumere la nuova realtà della Cassa. Giulio Gambino, direttore di The Post Internazionale, è tornato sul ruolo centrale dei lettori/cittadini nel presente e nel futuro della professione. Guido D'Ubaldo, presidente dell'Odg Lazio, ha ammonito che «i giornali non si salvano con i prepensionamenti, i giornali si salvano con la qualità dell'informazione e facendo crescere la preparazione dei giornalisti».

In chiusura le riflessioni di Giancarlo Tartaglia, che ha ricordato come «nella storia lo sforzo del sindacato è stato sempre quello di adeguare le tutele e i diritti dei lavoratori all'evoluzione della professione, la sfida – ha concluso – è ora quella di allargare lo sguardo e creare una nuova alleanza fra tutte le parti in causa per dare contorni nuovi a una professione che deve rivoluzionarsi ripartendo da se stessa».

MF