“Il giornalista nell’età dello smart working” continua il dibattito


La nostra Fondazione aveva aperto un dibattito all’interno della categoria sul tema del lavoro giornalistico nell’età dello smart working, ponendosi l’interrogativo di come la diffusione generalizzata del lavoro da remoto potesse influire sulla professione e in quale modo si venisse a modificare il contenuto dell’informazione. Sono stati molti i colleghi che sono intervenuti nel dibattito e le loro riflessioni sono state alla base del seminario che la Fondazione ha organizzato a Roma giovedì 17 settembre scorso, con la partecipazione e il contributo di accademici che hanno affrontato l’argomento sotto il profilo sociologico, psicologico e del diritto del lavoro. Tutto il dibattito e gli atti del seminario saranno raccolti in un volume della Fondazione.
Ma, la discussione su un argomento cosi rilevante per il nostro futuro non può finire qui. La realtà si evolve e i mutamenti non possono essere trascurati. Da alcuni giorni la Repubblica, il secondo più grande quotidiano italiano, è confezionato integralmente in smart working. E’ stata una scelta imposta dalla presenza di un dipendente risultato positivo al Covid. “Nel week end appena trascorso – ha scritto Carlo Bonini sul giornale – i contenuti di Repubblica, la loro ideazione, composizione, confezione editoriale hanno visto luce, su entrambe le piattaforme, carta e digitale, integralmente da remoto”. Sempre Bonini ci ha fatto sapere che per due giorni 352 giornalisti e 6 centri stampa “si sono appoggiati a una architettura completamente smaterializzata”.
Tutti i giornalisti e tutti i tecnici del giornale hanno lavorato da casa su computer forniti di processori di ultima generazione interconnessi tra loro da una rete protetta, il tutto grazie ad una struttura con una potenza di collegamento hardware elevatissima. Tutti i contenuti del giornale e i menabò di ogni singola pagina sono stati discussi da remoto. “Per la prima volta dal 1976, anno di fondazione – ci fa sapere Bonini – le tre riunioni di redazione di Repubblica… hanno traslocato su Microsoft Teams, piattaforma di comunicazione in videoconferenza, in grado di combinare contemporaneamente sullo schermo di un pc videoconferenza e chat di lavoro persistente”. Come è evidente, ci troviamo di fronte ad una salto tecnologico accelerato dalla pandemia del Covid-19 ma che potrebbe trasformarsi a sua volta in un virus capace di trasformare velocissimamente l’intero mondo dell’informazione quotidiana e periodica. L’esperienza di questi giorni di Repubblica dimostra che è possibile ideare, confezionare e produrre un quotidiano tutto da remoto.
Quali conseguenze potrà avere questa trasformazione sul lavoro del singolo giornalista? Se il giornale è un “prodotto intellettuale collettivo” in cui il confronto e la discussione de visu sono storicamente fondamentali, come si riesce a coniugare questa esigenza con la smaterializzazione delle redazioni? L’interrogativo se lo pone anche Carlo Bonini e, presumiamo, lo stesso direttore di Repubblica, quando sostiene che questo processo innovativo “ci propone un tema cruciale che è quello della difesa della dimensione di intelligenza collettiva di un prodotto come il giornale, quale che ne sia la piattaforma, carta o digitale”.
Non sfugge a Bonini che “la separatezza emotiva, la forza centripeta dell’isolamento che, inevitabilmente, porta con se l’alienazione del luogo fisico collettivo e collettivamente riconosciuto” possa configgere con il lavoro tipico di una redazione “dove le decisioni continue che segnano una giornata, per funzionare, non possono che essere il frutto di una interlocuzione continua”. Questo è il cuore del problema ed è su questo che, senza rifiuti aprioristici e luddistici, la categoria dei giornalisti deve continuare a riflettere nella ricerca di risposte adeguate. E’ su questo interrogativo che la Fondazione Murialdi intende riaprire la discussione.